VENTITREESIMA TAPPA

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di PAOLO RUMIZ

Brosso, nella miniera-labirinto
dove il buio ha ucciso il tempo



 

Dopo la Greina, l'alpeggio più arcano delle Alpi, la brava Valentina Scaglia mi riportò a valle per altri sentieri e liberò altri aquiloni nel cielo ticinese. Poi, in discesa verso Blenio, mi condusse come un palombaro sulle pendici scorticate del lago di Luzzone, semivuoto per imperscrutabili ragioni idroelettriche. Il terreno scintillava di cristalli come il fondo-tinta brillantato di una donna, e i ceppi della foresta estinta, con le loro radici contorte, parevano anime del purgatorio. La luce desertica di quel fondale a secco ci aveva offeso un po' gli occhi e così, quando - per arrivare alla diga - ci infilammo in una galleria scavata nella roccia viva, Valentina sospirò e disse: "Ah, avevo voglia di buio".

Buttai una frase: "Ti ci vorrebbe una miniera". Lei rispose: "Ma Brosso la conosci?". No, non la conoscevo. E così, camminando nella pancia delle Alpi svizzere, Vale raccontò di un favoloso labirinto minerario abbandonato presso Ivrea. Centottanta chilometri di gallerie, sessantatré ingressi, centinaia di camini di aerazione nella foresta. Era sbarrata da quarant'anni, e i cacciatori di minerali non avevano smesso di infilarcisi come topi del formaggio. Cristalli di Brosso stavano in mostra nei musei di mezzo mondo e nel sottosuolo c'era ancora di tutto: carbonati, quarzo, ferro in tutte le forme, rarità come la canavesite, e ancora titanio, alluminio, tungsteno e il misteriosissimo rutilio. Evocati da Valentina in quella gocciolante galleria, parvero i nomi dei nani minatori che popolano le fiabe del Nord. Eravamo davanti a un'altra casa degli spiriti.

Detto, fatto. Chiamammo il sindaco di Brosso, ci facemmo dare il permesso e scendemmo in Piemonte. Il sindaco, Mauro Nicolini, non era mai stato nella miniera e questa ammissione ci stupiva. Sembrava impossibile che un caposaldo della mineralogia mondiale, un sotterraneo che aveva inghiottito uomini dai tempi pre-romani, fosse sconosciuto agli abitanti. Ma l'Italia era così, estranea ai suoi tesori. Questo ovviamente raddoppiava la nostra curiosità. C'era anche rischio di crolli; le gallerie si erano riempite d'acqua con le piogge di giugno. Ma non era un problema. Nicolini ci aveva promesso una buona guida. Io cercai stivali di gomma in un negozio di ferramenta. Il caschetto protettivo (egualmente giallo) me l'avevano dato giorni prima gli amici dell'Aquila per farmi entrare nella proibitissima Zona Rossa.

L'indomani ci trovammo di buon'ora davanti al municipio. Un'arietta valdostana scendeva dalle montagne e in piazza c'era una brigata posseduta da un'allegria da gita scolastica. Il sindaco, massiccio e rapato a zero, s'era portato dietro un druido dai lunghi capelli d'argento, di nome Teodoro Barbera. Era lui il Virgilio delle nostre Malebolge. Con loro c'era anche l'ex sindaco e un suo robusto amico cultore di minerali. Tutti volevano essere della partita. Parevano anzi felici che dei forestieri li obbligassero a rimetter piede lì dentro. Dopo un po' compresi che Valentina ed io eravamo dei passe-partout, perché gli accessi migliori del labirinto erano in concessione a un torinese di nome Gino Giolitto, al quale fino ad allora la banda aveva evitato di rivolgersi per un misto di diffidenza e timore. Ora finalmente il ghiaccio si rompeva.

Il temuto Giolitto ci aspettava come Caronte davanti allo sfiato gelido dell'uscita (una delle sessantatré) dove una coppia di operai bosniaci stava sistemando una porta di ferro, indispensabile a tener lontani i predatori di cristalli. Era un tipo forte, con due zampacce da lavoratore. Un chilometro più in là aveva trasformato in museo e ospitalità rurale il complesso direzionale della defunta miniera, spendendoci del suo. La cosa mi parve lodevole, e con il resto della gita mi lasciai pilotare nel mondo del silenzio, che subito echeggiò dei nostri richiami. Valentina marciava davanti a tutti, immersa alle caviglie in una poltiglia rossiccia, menando sciabolate di luce fra rotaie e stalattiti.

Eravamo in un mondo di bivi; sembrava impossibile muoversi senza un filo d'Arianna. Le lampade frontali illuminavano salite, discese, piccoli torrenti, laghetti d'acqua rosso carminio. Le gallerie erano sorrette da travi di castagno che, ci disse il Barbera, erano ben più robuste del ferro. All'esterno avevano uno strato come di plastilina biancastra, ma all'interno erano dure come il marmo. Stagionate dal freddo umido, erano state caramellate dal ferro e dal calcio. E intanto la masnada fluttuava nel buio, frastornata dal rimbombo delle sue stesse parole, dall'odore sulfureo della lampada a carburo di Valentina e dal riflesso infernale di quella roccia ferrosa che sudava sangue da secoli.

Poi gli umori della montagna divennero ocra e fecero una cascata verso una galleria più bassa. Oltre, le rotaie e le gallerie andarono a incrociarsi in una foresta di scambi battezzata "Porta Nuova", come la stazione di Torino. Ma la stazione somigliava a una cattedrale, e questa si ramificava in una foresta vergine di absidi, navate, cripte e colonne. Su una parete c'era scritto "A. Rosso infame", forse un anatema contro uno sleale cacciatore di geodi. Eravamo nella pancia ferrosa di madre terra, un posto che smagnetizzava gli orologi e faceva impazzire le bussole. Oltre un lago improvvisamente cristallino e un grande crollo, proseguimmo verso altri inestricabili labirinti e Teodoro mi sussurrò: "Ho girato anni qui sotto, e so che sempre un minimo di ansia di perdersi rimane".

Quando uscimmo, calcolai di essere stato là sotto due ore, invece ne erano passate cinque. Il buio aveva ucciso la direzione e anche il tempo. Non avevamo più niente di pulito addosso e ci rivestimmo lì sul sentiero. La masnada si sciolse, e Gino accompagnò Valentina e me alla sua casa-museo. Aveva salvato dalla distruzione oggetti, disegni e mappe. Ma l'esterno era meglio ancora. Sui terrazzamenti i segni di decine di binari. Il bosco cosparso di manufatti che parevano usciti dal Medioevo e invece appartenevano al nostro tempo. Poco in là il torrente Assa, color ocra, portava verso la Dora lo sfiato di 180 chilometri di gallerie. Sulla destra orografica c'era lo scarico materiali, un piano inclinato in pietra di duecento metri di dislivello. Un monumento al lavoro su cui la mano pubblica non aveva speso un centesimo.

Sorseggiammo birre nel tramonto, sazi di fantasmi. Ma quando Valentina cercò di ricordare il titolo di un racconto minerario di Primo Levi ne "Il sistema periodico degli elementi", con la massima naturalezza, la moglie del Giolitto se ne uscì dalla biblioteca col libro in mano e disse "Nickel". Tale era il titolo della storia. Roberta Anau si chiamava, un'ebrea ferrarese che aveva appena scritto un'intrigante autobiografia, "Asini, oche e rabbini", con finale minerario in quel di Brosso. Fu come abbattere un diaframma, e di nuovo la macchina della memoria si mise in moto nel suo labirinto pieno di ombre.


25 agosto 2011


 

 

Centottanta chilometri di gallerie, sessantatré ingressi, centinaia di camini di aerazione. La vecchia miniera nei pressi di Ivrea ha inghiottito uomini da prima della conquista di Roma. Ma ancora curiosi e predatori di cristalli si infilano come nani-minatori nei cunicoli ferrosi che da secoli sembrano sudare sangue