VENTIQUATTRESIMA TAPPA

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di PAOLO RUMIZ

Molare, la diga assassina e le farfalle guardiane 



 

Arrivammo sotto la diga perduta camminando controvento nella foresta, con erbe alte fino alle ascelle. La barriera ci apparve all'improvviso, cupa come una città andina agli occhi dei conquistadores. La tramontana soffiava nei sifoni e nelle griglie, cinquanta metri più sopra, e noi eravamo circondati da piccole farfalle color della notte. Le dimore del vento avevano tutte un loro animale-guardiano. La miniera di Brosso in Piemonte aveva i pipistrelli, l'Aquila i cani, il villaggio di Africa sull'Aspromonte i cinghiali. Dalla galleria elicoidale della ferrovia incompiuta Riesi-Canicattì era uscito un grosso gufo. In una prigione dismessa dell'Asinara avevo sentito ragliare un asinello bianco. In due fari spenti dello Jonio, un'ora dopo il tramonto, si erano accese le lucciole assieme alle stelle del sud. In una casa crollata avevo trovato un terrificante coccodrillo in maiolica. Di tutto insomma. Qui c'erano farfalle, brune farfalle che mi si appoggiavano al berretto, alle mani e allo zaino sulle spalle.

Anche la doppia diga di Molare sul fiume Orba, fra Genova e Alessandria, l'aveva pescata Valentina Scaglia, diavolo d'una donna. Le sue mappe dell'Italia minore erano ben più fitte delle mie, e lei aveva avuto la bontà di passarmele, a patto di rivedere i "suoi" posti con me. Per questo eravamo saliti al passo della Greina e scesi nella miniera di Brosso. Quel giorno, prima di avventurarci nelle gole dell'Orba verso la diga, avevamo studiato l'itinerario sul tavolo di una locanda popolare di Rocca Grimalda, serviti di trenette al pesto e barbera da una francese d'altri tempi. Valentina aveva una carta Igm del 1930 dove il lago artificiale era ancora segnato e il tracciato originale del fiume ancora visibile. Il confronto con l'oggi era inquietante, perché il fiume aveva cambiato corso. Alle ore 12.15 del 13 agosto 1935, dopo un nubifragio eccezionale, una delle due dighe era venuta giù liberando un'onda di piena che aveva fatto oltre cento morti fino alla cittadina di Ovada. L'altra diga era rimasta lì, intatta come la piramide di Cheope. E il meandro del fiume si era svuotato in mezzo minuto.

A valle del lago scomparso avevamo risalito il greto dell'Orba assieme a Mirko Vignolo e Renzo Incaminato. Erano due bravi conoscitori del terreno e ce li aveva indicati Pier Paolo Poggio, che abitava a Ovada e guidava la fondazione bresciana Micheletti, massimo archivio della storia industriale d'Italia. Ci avevano mostrato con precisione il punto del crollo. Il cemento era stato agganciato a rocce marce, che avevano ceduto. Dopo quel disastro, dissero, divenne obbligatorio il parere dei geologi nella costruzione delle dighe. Quegli stessi geologi che nel secondo dopoguerra non furono ascoltati o bararono al gioco con lo sbarramento assassino del Vajont. Valentina era stata sul posto già tredici anni prima e non lo riconosceva più, tale era stata l'offensiva della vegetazione. Persino il corso disseccato dell'Orba si era coperto di una prateria ondeggiante. Steli chiamati "epilobio".

Il vento secco, la fitta macchia mediterranea e il sole forte d'inizio luglio ingannavano. Eravamo in uno dei posti più piovosi d'Italia. Il passo del Faiallo e il monte Beigua, pochi chilometri a sud della diga del Molare, in bilico tra Piemonte e Liguria, erano micidiali acchiappa-fulmini. Quella notte del 1935 cadde quasi mezzo metro d'acqua in tre ore. E al mattino, quando gli abitanti di una cascina a valle videro che la diga lasciava tracimare l'acqua, scapparono avvertendo due viandanti che dormivano in un riparo accanto al fiume. Questi rifiutarono di spostarsi e furono spazzati via. I primi morti dell'onda.

La diga superstite fischiava conquanta metri sopra di noi. Per arrivarci avevamo risalito un piccolo torrente chiamato Rio delle Brigne. Ma anche quello era un inganno. Prima del disastro, nella valletta passava l'Orba, solo che lo passava al contrario, al termine di un meandro che oggi non esiste più. Era stato un guado silenzioso, su piccoli stagni coperti da un tenue velario d'insetti dorati in controluce. Sulla scarpata avevamo visto la casa del guardiano, completamente mangiata dalle acacie. Quel 13 agosto forse il guardiano avrebbe anche lasciato sfiatare il fiume, vista l'emergenza. Ma i padroni delle acque gli avrebbero detto di lasciar riempire la diga il più possibile. C'era Genova che aveva fame di corrente elettrica, e quel nubifragio era una manna. Già: i vantaggi della diga erano tutti liguri, i pericoli tutti piemontesi. Quando scattò l'allarme e si tentò di aprire il sifone centrale, la valvola a campana si guastò, per eccesso di pressione. I canali scolmatori erano già chiusi.

Salimmo per le rocce del versante sinistro fino al culmine dello sbarramento, poi scavalcammo le cancellate di ferro. Eravamo su un tempio incaico, uno ziggurat babilonese in mezzo alle montagne. Da lassù la foresta di pioppi selvaggi e ontani si agitava come indemoniata sotto nubi liguri bianche e gonfie come dirigibili. Anche l'acustica del luogo era fantastica. La strettoia della valle fischiava su tonalità rauche, pareva un grande flauto di Pan immerso in un finimondo di cicale. La diga stessa cantava in ogni fessura. Cantava anche la scala a chiocciola interna, raggiungibile per un vertiginoso parapetto. Ci entrammo con le pile frontali, che illuminarono ogni tre metri una piastrella di ceramica con la quota sul livello del mare.

Di chi era quel posto? Non era la prima rovina italiana di fronte alla quale ci eravamo posti quella domanda. In Italia le dimore del vento appartengono spesso a poteri lontanissimi e più inafferrabili di un call center cinese. Se chiedi di visitarli devi digitare il numero di uffici romani dai quali nessuno risponde. Di chi era la diga assassina del Molare? Era stata delle Officine Elettriche Genovesi, poi della Tirreno Power, poi dell'Enel, poi del Demanio. E poi? Per questo noi eravamo saliti senza chiedere niente a nessuno. Per questo eravamo soli nel vento, immersi in una luce color miele, senza rompiscatole tra i piedi. Magnifico.

Sotto la muraglia il greto disseccato si popolava di animali in allerta, per l'ora dell'abbeverata. Mirko mi indicò una felce rarissima: l'Osmunda Regalis, un nome fantastico. La natura aveva ricolonizzato la gola in un lampo. Il tempo era perfetto per un bivacco, ma non avevamo la tendina. In compenso quella sera Valentina mi raccontò la storia di Rondinara, la mitica città dell'oro, cercata inutilmente per anni nella media valle del Gorzente, poco a monte della diga di Molare. Il selvaggio Gorzente, con l'affluente Piota e l'Orba più a valle, portava acque aurifere. Oggi è difficile percorrerlo, perché è catturato dai genovesi con tutta la sua polvere d'oro. Ma fino a ieri, lassù era ancora possibile incontrare cercatori armati di "batea", il setaccio da fiume. Lo stesso del selvaggio Klondyke.


26 agosto 2011
 




 

Sbarra il fiume Orba, tra Genova e Alessandria, e nel 1935 fu la causa di un "piccolo" Vajont: uno dei suoi due sbarramenti crollò sotto l'impeto di un nubrifragio eccezionale e l'onda di piena fece più di cento morti. Oggi la natura se l'è ripresa e la strettoia della valle, coperta da una selva di pioppi e ontani, fischia nel vento come un grande flauto di Pan