VENTICINQUESIMA TAPPA

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di PAOLO RUMIZ

Nizza: la stazione della grandeur fascista nella valle dei paesi verticali
 
 



 

Albano Marcarini non si dava pace. Aveva sentito della mia caccia ai luoghi-fantasma e voleva assolutamente che vedessi la stazione dismessa di Saint Dalmas, sul lato francese del Col di Tenda. Era enorme, diceva, sproporzionata per un paese di poche decine di abitanti, e il motivo di quella enormità era che Mussolini l'aveva voluta per mostrare i muscoli alla Francia. Poi finì come sappiamo: il duce perse la guerra e l'Italia dovette cedere ai transalpini quasi tutta la valle della Roia, a monte di Ventimiglia. Nei territori ceduti c'era anche il paesino di Saint Dalmas – ex San Dalmazzo – con la sua inutile stazione che oggi ha nel vento il solo inquilino. I treni vi passano ancora, e sono spesso treni italiani, sulla linea Cuneo-Ventimiglia che attraversa la Francia, ma il fantasma ferroviario resta chiuso, i biglietti si fanno solo a bordo e la sala d'attesa è ridotta a una garitta in legno.

Ad Albano dovevo prestar fede. Erano anni che mi suggeriva luoghi sconosciuti della bella Italia. Era uno specialista di itinerari fuori mano. Esattamente come Paolo, l'amico perduto, avrebbe dato l'anima per avere un faro abbandonato, così il buon Marcarini sognava di abitare in una casa cantoniera o in una stazione dismessa. Era pazzo per il paesaggio stradale inizio Novecento, e riteneva che l'Italia delle autostrade e circonvallazioni avesse perso l'anima. Per questo nel 2006 aveva fatto con me le prime tappe del viaggio appenninico in Topolino. Le sue argomentazioni erano inoppugnabili, specie se accompagnate da disegni acquarellati e dalle meticolose annotazioni a mano delle sue guide.

Anch'io, come lui, ritenevo di aver sbagliato secolo e andavo a caccia di passato. E così andò a finire che gli diedi appuntamento ai primi di luglio in quella valle Roia lontana da tutto, in un delizioso albergo d'altri tempi di nome “Prieuré”, ex chiostro conventuale piazzato fra due gallerie elicoidali della linea ferroviaria. Era una sera di lucciole, con noi c'era anche l'amica esploratrice Valentina Scaglia, e finì che ci scambiammo storie deliziose con formaggio caprino, noci, miele e una bottiglia di Borgogna. Il dessert, per così dire, fu un goliardico - e onestamente irripetibile - scambio di sms con Francesco Guccini in merito alla segreta ispirazione della sua canzone “Statale Diciassette”.

La valle era una meraviglia. Accanto al fiume pensionati giocavano a bocce, piccoli rospi avevano invaso la statale perfettamente deserta e, poco sotto, la Roia cantava nel silenzio come la fontana di Valchiusa narrata dal Petrarca. Dopo cena Albano ci portò a vedere la stazione, mentre una tenue luce provenzale ancora esitava sull'orlo della notte, creando come una cupola sopra la nera navata delle valli. Sentivamo il nostro scalpiccio sulla ghiaia, e quando fummo sulla ferrovia, per il nero fantasma di pietra era già iniziata l'ora dei pipistrelli. Era murato, immenso e sprangato. Unici segni di vita un tabellone con gli orari e una finestra illuminata, con dietro due manutentori marocchini chini su un pannello elettrico. “Saint Dalmas gare” non era affatto un'ombra malefica. Il bugnato rustico che l'avvolgeva aveva una sua bellezza. Negli anni della sua costruzione il fascismo non era ancora entrato nella fase cubista totalitaria, costruita per far da cornice a granitiche mascelle volitive. Era persino bella nel crepuscolo fra i tigli. Occupava mezza valle, ma la sua enormità faceva tenerezza.

L'ultimo treno passò come un lampo tra due gallerie e si fermò una trentina di secondi davanti al piccolo chiosco. Nessuno salì e nessuno scese. Da un altoparlante una voce di donna disse in francese gli orari del successivo passaggio, l'indomani mattina. Quando il “tun tun” del convoglio, dopo aver fatto risuonare il ponte sulla Roia, fu inghiottito dalla galleria e ritornò il silenzio, noi seguimmo i binari a piedi sotto un falcetto di luna crescente. “Che fare di una cosa così?” disse accoratamente Albano girandosi di colpo verso l'ombra nera che occupava mezzo cielo stellato. “Cosa ne fai? La distruggi? La valorizzi? La usi?”. Fu allora che il vento della notte, vento di montagna fresco e rigenerante, scese dai pascoli alti delle Alpi Marittime e cominciò a cantare tra le pietre del gigante. Facemmo silenzio. Le finestre vuote di quella Baliverna provenzale creavano come un'ancia nel canale della valle, trasformandola in uno strumento a fiato. Ascoltammo in silenzio, stupefatti.

Marcarini amava appassionatamente quell'imbuto angusto dove i venti, la strada, il fiume, i sentieri, i profumi e la ferrovia si intrecciavano così intimamente da diventare un unico flusso. Stava lavorando a descriverlo in una delle sue guide. Si sedette sul bordo della massicciata e cominciò a raccontare i luoghi. Li conosceva come nessuno. Disse della villetta in stile moresco poco sopra la stazione dove si dice che Mussolini abbia passato la notte con una bella valligiana. Parlò dei forti italiani sullo spartiacque collegati da strade militari fra le più panoramiche d'Italia. Cantò la Valle delle Miniere con i giacimenti di zinco e la Valle delle Meraviglie, con le sue praterie di quota. Descrisse meticolosamente le rapide della Bendole, uno dei torrenti più belli d'Europa. Evocò la chiesetta di Notre Dame des Fontaines con la sua truculenta passione affrescata nel 1492 e la polla d'acqua gelida gorgogliante ai suoi piedi.

Ci portò a volo nel paese di Briga, abitato da gente speciale, stretto e allungato in una valle laterale amena, con le case e i porticati su due vie parallele, affacciati su un torrente così secco da sembrare fiumara. E disse ancora di Breuil, dove si narra che la notte venisse sprangata la porta delle mura per tenere i lupi lontani. Quel pezzo d'Italia passato alla Francia era rimasto straordinariamente integro e tuttora abitato proprio grazie a quella pazzesca ferrovia, entrata in attività nel 1928. La valle della Roia era un perfetto “come eravamo”, e il suo gioiello, disse, era Saorges, con le sue case appese al nulla, aggrappate all'inconcepibile. Era il villaggio più verticale delle Alpi, sintesi perfetta di una valle scoscesa. “Passando in ferrovia la potete vedere solo per pochi secondi – disse la nostra guida - Saorges è un lampo tra due gallerie”. Descrisse un dedalo di ponti, balconi, selciati, ballatoi, sottopassi. Ci esortò a visitare la chiesa di Saint Claude, gigantesca, al culmine di uno sperone coperto di case verticali, grondante barocco e splendida nella sua decadenza. Una Liguria marittima trasferita in montagna.

La brezza di montagna scendeva fresca e regolare. D'un tratto vidi Valentina cercare qualcosa in fondo al sacco. Era la busta cilindrica gialla rossa e viola con dentro il suo aquilone. La vidi andare soletta fin sul ponte, oltre la stazione-fantasma, dove lo zefiro era più forte, e lanciare il falchetto colorato tra le stelle.

 
29 agosto 2011

 



 

Saint Dalmas, sul lato francese del Col di Tenda, ospita un'enorme scalo ferroviario dismesso, voluto da Mussolini nel 1928 per mostrare i muscoli al governo di Parigi.

Un ottimo pretesto per visitare la valle Roia e le sue meraviglie: un lembo d'Italia passato alla Francia, che è rimasto un perfetto "come eravamo"